L’avvocato del Punisher

Ogni volta che esce un tie-in supereroistico su pellicola, cinematografico o televisivo che sia, sono immancabili le polemiche tra i fan. Perché i supereroi spesso accompagnano lettori per anni, se non intere generazioni, entrando nel loro immaginario e diventando archetipi a cui ci si affeziona, idoli riconoscibili portatori di valori e caratteristiche identificative.

Ovviamente nemmeno la seconda stagione di Daredevil poteva esimersi da ciò, ancorpiù considerando il fatto che, sul piatto, porta con sé due personaggi amati dal pubblico come il Punitore ed Elektra. Ed ecco che fioccano esperti (reali o presunti) pronti a gettare commenti sul web, al grido dello scandalo se non del sacrilegio, perché quell’attore proprio non somiglia al beniamino visto su carta.

Sì, l’Elektra vista su Netflix non ha nulla di greco e, nonostante nella serie questo trova anche una giustificazione narrativa di non poco conto – che lo distacca dalle origini canoniche del fumetto – posso comprendere la delusione di qualche taleban-fan. E probabilmente Frank Miller, suo ideatore storico, se ne sarà rammaricato, ma c’è da considerare che la Marvel è da decenni che se ne fotte delle volontà dell’autore statunitense, nonostante le numerose promesse a lui fatte sul finire degli anni Ottanta. Che poi, a questi tasteggiatori furenti, vorrei ricordare che Ben Urich nella prima stagione era nero, Karen Page non si è mai interessata di giornalismo o inchieste ed appare molto diversa da quella vista sulle pagine dei comic. E poi andatela a trovare voi un’attrice di origini greche muscolosa ma attraente, così la prestate pure alla Warner per il ruolo di Wonder Woman.

È ormai palese, nonché riconosciuto dagli stessi autori, che quello cinematografico / televisivo è un Universo narrativo parallelo, ben distinto da quello dei fumetti. Così come su carta abbiamo avuto le versioni Ultimate dei supereroi più conosciuti, e nella DC Comics abbiamo avuto negli anni decine e decine di terre alternative ognuna con i propri Batman, Superman e Lanterna Verde.

Cuore da birbante / Sguardo scintillante / livido accattivante / il suo nome è Frank Castle!

Cuore da birbante / Sguardo scintillante / livido accattivante / il suo nome è Frank Castle!

Ma passino pure le diatribe estetiche, le lascio scorrere. Ciò che non tollero sono invece i commenti che dipingono la versione Netflix del Punitore come un Frank Castle “scialbo”, sbagliato, non in linea con quanto mostrato su fumetto. Ebbene, lasciatemelo dire con chiarezza carissimi che la pensate così: siete nel torto più assoluto.

Tralasciando l’ottima performance attoriale di John Bernthal, probabilmente la migliore dell’intera serie, cosa sia il Punitore non lo decidete voi. Non lo decide nemmeno il “signor Marvel”. Nel fumetto supereroistico statunitense non esiste un’unica versione di un eroe, nemmeno nello stesso universo narrativo, ma ogni sceneggiatore dona le sue sfumature e peculiarità al personaggio prima tratteggiato da altri scrittori. Il Punitore di Garth Ennis, quello che molti lettori ricordano ed elevano a stendardo, non è affatto il Frank Castle presente oggi nel canon Marvel; basti ricordare che molte delle avventure del violento reduce scritte dall’irlandese sono state edite in linee editoriali ben distinte da quelle in cui Vendicatori di ogni sorta portavano avanti l’universo supereroistico dove Spiderman, Capitan America e Iron Man muovono i loro passi. Una distinzione stilistica, prima ancora che un bollino in copertina differente, che relega in un angolino storie crude, violente ed estremamente sanguinarie.

Qualche critico di cui sopra insisterà: “Lo sappiamo che ogni sceneggiatore aggiunge del suo, ma ci sono tratti comuni irrinunciabili in ogni personaggio”. E quelli del Punitore sono ben presenti nel Frank Castle interpretato da Bernthal. La parziale riscrittura delle sue origini, con la guerra dell’Afghanistan che prende il posto di quella del Vietnam per ben ovvie ragioni di setting, mantiene inalterati i cardini del personaggio: Castle è un reduce di guerra, un soldato che, una volta tornato in quella che era la sua casa, capisce di non essere mai uscito dalla war zone. L’uccisone della sua famiglia è solo l’ultima goccia del vaso di un uomo che, nonostante pensi il contrario, era già a pezzi. E il lavoro di adattamento è stato encomiabile, con scene come quella sul tetto nella terza puntata, che mostrano un lavoro di ricerca e approfondimento ai limiti del maniacale.

 

FrankenCastle: Marvel trasformò il Punitore in un mostro da Halloween, con risultati nemmeno tanto pessimi. Gridate allo scandalo, criticoni.

FrankenCastle: Marvel trasformò il Punitore in un mostro da Halloween, con risultati nemmeno tanto pessimi. Giusto per darvi un’idea.

La versione di Netflix, a differenza di quella di Ennis, mostra un Punitore che ancora non ha abbandonato del tutto la sua umanità, che ancora non è diventato una semplice macchina da guerra mossa da una lucida rabbia. Ma è credibilissima e perfettamente giustificabile nell’economia della serie. Se la prima stagione di Daredevil erano il percorso di Matt Murdock dalle origini alla piena presa di coscienza del suo essere supereroe, la Season 2 deve tracciare la strada di un nuovo personaggio – il Punitore – che avrà quasi certamente una sua serie; in questo, il cammino di Frank Castle non poteva cominciare già da quello che, nei fumetti, è stato un punto di arrivo, basato in ogni caso su una rivisitazione continua di Ennis del personaggio inizialmente creato negli anni Settanta.

Ebbene sì, anche il “vero Punisher” che tanto amate sbandierarare è impuro. Apparso nella prima volta sulle pagine di Amazing Spider-man #129 del 1974, era addirittura in combutta con lo Sciacallo, uno dei più temibili nemici dell’Arrampicamuri di quegli anni. La sua popolarità fu ardente ma fugace, come un fuoco di paglia: sul finire degli anni Novanta le storie del Punitore originali erano tra le meno lette della Marvel, che pensò di risollevare il personaggio affidandolo all’allora emergente Garth Ennis che ne riscrisse le origini. Esatto, il vostro tanto amato Punitore oscuro, arido e tormentato altri non è che il frutto di una ret-con, una riscrittura quasi radicale di un personaggio già esistente.

La vedete quella bella scritta "MAX"? Qualcosa vorrà pur dire.

La vedete quella bella scritta “MAX” accanto a tanti numeri del Punitore di Ennis? Qualcosa vorrà pur dire.

E in ciò non c’è nulla di male, affatto: se il fumetto supereroistico resiste ancora dopo tanti anni è grazie anche al continuo ricambio creativo che garantisce versioni sempre un po’ diverse dei suoi personaggi. Per questo credo che molte delle polemiche sulla caratterizzazione del Punitore di Netflix sono non solo ingiuste, ma frutto di persone che, con ogni probabilità, non hanno davvero capito le meccaniche alla base dei comics USA.

Perché chi è il “vero” Frank Castle, il vero Matt Murdock, la vera Karen Page o anche il vero Joker non lo decidete voi. Lo decidono gli autori, gli scrittori che di volta in volta immancabilmente plasmano e modificano un po’ personaggi che, per sopravvivere in epoche e media diversi, devono un po’ cambiare. Perché io, da buon lettore, non riesco a scegliere chi sia il “vero” Superman tra quello di Miller in The Dark Knight Returns, quello di Grant Morrison in All Star Superman e quello del ciclo di John Byrne. E non dovreste nemmeno voi.