Batman v Superman: Dawn of Justice – Il tramonto di un’idea di cinema

La luce e l’oscurità. Il divino e il terreno. Il messianico superuomo che scende da un cielo splendente, per lui senza limiti, quando i mortali invocano il suo nome e il pipistrello, aggrappato con tutte le sue forze a quel limite umano, che cala dal soffitto solo per purgare e marchiare a fuoco gli iniqui. Il terreno di scontro tra due personaggi così diversi (ma anche tra due generi diversi, il thriller/noir e la fantascienza d’azione) non può che essere la nuova tendenza del cinema di genere supereroistico, che vede i nostri beniamini scontrarsi tra di loro a causa di una divergenza di opinioni sul proprio ruolo, sulla liceità delle loro gesta, sul grado di controllo che le istituzioni devono esercitare sul loro operato. Qualcosa di già visto qualche anno fa nel mondo dei fumetti ma che in quello della celluloide, rallentato da un consistente gap (non dimentichiamo che il genere come lo conosciamo noi adesso è nato solo otto anni fa, con Iron Man), inizia a far capolino solo ora, nel 2016, per la gioia di chi non ne poteva più della banale polarizzazione tra bene e male.

Batman v Superman: Dawn of Justice condensa nella prima, ottima mezz’ora quasi ottant’anni di fumetto, le ansie dell’america post undici settembre e tutte le riflessioni sul ruolo del supereroe in una società moderna e democratica. Non sono solo tizi in costumi sgargianti che si picchiano: è lo scontro di vedute (e di corpi) tra due icone della cultura pop statunitense agli antipodi.

"Gronderai."

“Gronderai.”

Bypassando le origini dei due protagonisti (o giocandosela con un escamotage che dura pochi minuti, viva Dio) Batman v Superman prende le mosse dal discusso finale de L’Uomo d’acciaio, in cui il generale Zod e Superman se le danno di santa ragione senza badare troppo al fatto che nel frattempo stanno distruggendo Metropolis. In un gioco metacinematografico interessante, Zack Snyder sfrutta proprio il punto di vista dei suoi detrattori, che gli rimproveravano il fatto che un boyscout come Superman non avrebbe mai permesso che uno scontro di tale portata avvenisse nei pressi di una zona così densamente abitata. Paradossalmente, è probabile che se Man of steel non avesse ricevuto quel tipo di critica, oggi vedremmo al cinema un Dawn of Justice molto diverso.
A incarnare quel sentimento di timore misto a rabbia nei confronti del kryptoniano è Bruce Wayne, che vive la tragedia di Metropolis assistendo impotente alla distruzione dell’edificio in cui si trovano gli uffici della sua azienda e alla conseguente morte di alcuni suoi amici.
Da quel momento in poi, Wayne inizia a porsi domande e a darsi risposte inquietanti, elaborando scenari apocalittici che è intenzionato a evitare a tutti i costi: e se un giorno questo alieno, questo falso Dio dai poteri illimitati decidesse di volgere le spalle all’umanità e di conquistare la terra? Chi potrebbe mai fermarlo?

Le premesse di Batman v Superman sono sensazionali

“Sono cresciuto nel Kansas generale, non potrei essere più americano” rispondeva Clark a chi gli poneva le stesse domande nel film precedente. Ma qui non c’è spazio per il dialogo, per la comprensione reciproca e per trovare una zona d’ombra in cui luce e oscurità possano collaborare. C’è solo spazio per covare un odio viscerale, sentimenti d’invidia latenti e voglia di passare all’azione senza sentir cos’ha da dire l’altra campana.
Batman e Superman sono due facce della stessa medaglia, la massa berciante che non vuole ascoltare e tende a demonizzare ogni atteggiamento che non comprende e che percepisce lesivo nei propri confronti e le istituzioni sorde che agiscono senza tenerne conto, senza mai interrogarsi sulle conseguenze delle proprie azioni, passando sui cadaveri di morti provocate, a volte, indirettamente o a causa della propria negligenza.

Le premesse di Batman v Superman sono sensazionali. Gli argomenti di Wayne, il personaggio al quale la pellicola dedica più spazio (anche perché la sua controparte ha già goduto di un film tutto suo), sono validi e ben esposti. Gli spunti di riflessione che se ne potrebbero trarre sono interessanti e ancor più interessanti i possibili sviluppi futuri.
Il problema è che tutto questo ben di Dio è stato affidato a uno degli autori meno affidabili del cinema americano contemporaneo.

Nel tentativo di venire a capo delle tante, troppe parentesi aperte, gli sceneggiatori Chris Terrio e David S. Goyer imbastiscono un guazzabuglio verboso, disorientante, quasi stordente.  Se la memoria non mi inganna, sono in totale sette le sottotrame che finiscono per accavallarsi e intrecciarsi generando un indesiderato trambusto: è troppo per un solo film.
Il flusso di parole senza sosta è intervallato soltanto da sequenze oniriche in cui escono fuori tutti i limiti estetici di una mano, quella di Snyder, che non potrebbe “essere piuma” nemmeno nei giorni più felici: goffi, pacchiani, tamarri, pieni di cadute di stile, vien da chiedersi cosa mangino gli abitanti di Metropolis e Gotham di così pesante da fare sogni così complicati e strampalati. Sogni che, di fatto, non hanno alcun connotato della dimensione onirica e che spiattellano significati a livello di intelligibilità “asilo nido”.
Una narrazione sporca, disordinata e confusionaria, che sembra un collage di piccoli spot da 30 secondi/2 minuti tenuti insieme da un collante debolissimo, condizionato da strafalcioni da principiante che minano il ritmo, specie nei momenti topici. Montato in maniera talmente frettolosa e nevrastenica che non lascia mai quell’attimo di respiro necessario a metabolizzare quanto hai appena visto sullo schermo.
Tale caos, che sembra attenuarsi solo durante la fine del secondo atto del film – quando un paio di nodi vengono al pettine e le linee narrative, finalmente, sembrano convergere verso un punto comune -, è dovuto molto probabilmente alla volontà della Warner di inaugurare un nuovo universo narrativo partendo in quarta, con un progetto simil-Avengers. Senza avere alle spalle una serie di film che gettassero le indispensabili fondamenta narrative e che si facessero carico dell’onere di introdurre personaggi che qui vengono buttati nella mischia senza che ci sia una vera costruzione psicologica.

Un villain così, oggi, è semplicemente intollerabile

Un villain così, oggi, è semplicemente intollerabile

Lasciamo stare i buchi di sceneggiatura o presunti tali e le forzature che qualcuno ha sottolineato nei tanti commenti apparsi in rete in questi giorni: per quanto mi riguarda, il problema più grande di Batman v Superman è il suo autore.
Uno che, man mano che passano i lunghissimi 154 minuti di durata, butta in vacca gradualmente quanto di buono si è visto nelle prime battute. Il fatto che si prenda tremendamente sul serio non è un problema, così come non faccio fatica a riconoscere a Snyder quello che molti definiscono il suo punto di forza, ovvero la capacità di creare immagini di grande impatto e, nel caso specifico delle trasposizioni di opere a fumetti, di portare in vita le tavole della carta stampata. Ma il cinema è un’altra cosa. Non amo il suo modo convulso e spezzettato di raccontare una storia, non amo la sua verve caciarona e cafona che fa capolino tutte le volte che sembra invece essere riuscito a tenerla a freno, non amo il suo sistematico e tronfio ricorso agli effetti speciali digitali quando si tratta di filmare l’azione.
Snyder è capace di alternare momenti di grande qualità, giocati su piani sequenza, stunt incredibili e coreografie che calzano a pennello sul personaggio di Batman  – e che in più di un occasione fanno il verso al ritmo e al ricorso ai gadget tipici delle avventure videoludiche dell’uomo pipistrello firmate Rocksteady -, al solito, pessimo, tripudio di estetica esagerata, finta, posticcia. Quella marmellata di esplosioni, di palazzi che vengono giù e di bambolotti digitali che si scambiano cazzotti senza intensità, senza peso, senz’anima; roba a cui ci aveva già abituato ne L’uomo d’acciaio, con zoomate all’indietro e telecamera a mano che non danno dinamismo all’azione, non esaltano la plasticità, non fanno nulla se non smorzare l’attenzione dello spettatore.

È proprio quando le cose iniziano a volgere per il meglio, quando nel secondo tempo avviene la già citata scrematura delle tante storyline e finalmente arriva lo scontro tanto atteso, che Batman v Superman si ferma a un passo dallo strappare una convinta sufficienza e finisce per fagocitare se stesso, diventando vittima dell’argomento centrale dell’intera vicenda: non c’è spazio per il dialogo perché prima che avvenga arriva il villain-generico-senza naso-tutto grigio di turno che fa deragliare il treno verso una melassa informe di brutta CGI. La condanna definitiva di un genere che sembra non poter prescindere dalla minaccia comune. Il nemico aberrante che appiana ogni divergenza e che come un brutto Deus ex machina esonera i protagonisti dal partecipare a un confronto dialettico a cui, dopo il caso di omonimia grazie al quale Batman e Superman scoprono di non essere poi così diversi, sarebbe stato interessante assistere. Un film che, proprio quando sembra agire in una zona disabitata, viene riportato nella città, nella desolante marmaglia di pellicole tutte uguali.

Batman v Superman: Dawn of Justice soffre dell’ipertrofia tipica dei film di genere meno riusciti. È l’ennesima, costosa incompiuta di un autore che avrebbe bisogno di qualcuno che gli dica quando smettere, una mano sapente e ferma che gli impedisca di correre a briglia sciolta quando esagera. Ed é anche un prodotto condizionato dalla fretta della major di avere tutto e subito quello che la concorrenza ha costruito in otto anni di piccoli step. Una grossa delusione per chi desiderava vedere qualcosa di nuovo che andasse oltre i canoni del genere. Non ci resta che attendere maggio e sperare che dall’altra parte della barricata abbiano avuto più buon senso.

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4,5 Voto
Consigliato a
Chi non ha particolari idiosincrasie nei confronti del cinema di Zack Snyder.
Sconsigliato a
Chi si aspetta qualcosa di più dal cinema supereroistico e ama uno stile narrativo pulito, senza sbavature.
Criterion 1