Doctor Sleep di Stephen King – Nessuna grande cosa compare all’improvviso

Succede alla maggior parte dei bambini. Ami i tuoi genitori e incroci le dita. Che scelta hai? 
Nel libro uno dei personaggi spiega, con queste parole, all’adulto Danny Torrance che è naturale volere bene ai propri genitori. Anche se questi hanno cercato di frantumarti la testa con una mazza da roque. Potremmo applicare questa massima ai nostri scrittori preferiti e quindi, nel mio caso, a Stephen King: amo il mio scrittore preferito e incrocio le dita a ogni nuovo libro. Che scelta ho? E quindi continuo a correre come una fangirl in libreria ogni volta che esce un libro targato Stephen King. Anche dopo il deludente La leggenda del vento (e Dio sa quanto amo la saga de La Torre Nera), anche dopo il senza-tanti-giri-di-parole brutto Joyland. Spero ancora nel capolavoro come 22/11/’63, ma dopo una sfilza di lavori trascurabili sembra che le mie speranze siano da mettere da parte.
La notizia del sequel di Shining è stata ovviamente accolta dal sottoscritto con un misto di eccitazione e paura: rispolverare Danny Torrance e i suoi fantasmi a quasi quarant’anni di distanza dal libro originale era, da una parte, un grande azzardo, dall’altra una grande furbata. Tutti conoscono l’Overlook Hotel, e qualunque fan di Stephen King non avrebbe mai resistito al richiamo di un’occasione del genere. Sarebbe stato come resistere alla stanza 237. Impossibile. Dal punto di vista puramente commerciale, Doctor Sleep è un’idea fenomenale.

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E l’inizio lo è davvero, fenomenale. Le prime cinquanta pagine sono splendide e racchiudono tutto quello che ha reso grande Stephen King. Sono scritte da dio, raccontano in modo meraviglioso dell’infanzia, del potere dell’innocenza e delle responsabilità che questo comporta e che gli adulti non possono nemmeno immaginare.
Il piccolo Danny, scongiurata la minaccia dell’Overlook Hotel (che ricordiamo: è saltato in aria con Jack, differentemente da quanto immaginato da Kubrick) si trova ad affrontare i fantasmi che l’hanno seguito da quel posto dove il male aveva messo le radici. Grazie all’aiuto del vecchio Halloran, il ragazzino scopre come utilizzare i poteri dello shining per intrappolare per sempre questi incubi. Ci sono però degli incubi che non possono essere intrappolati e la luccicanza spingerà Dan sulla strada dell’alcolismo, a ripercorrere le orme del padre.
Le cose si fanno decisamente meno interessanti quando il romanzo arriva alla vicenda vera e propria: Abra è una ragazzina che condivide il potere della luccicanza con Dan. Viene in contatto con un gruppo di vampiri psichici (alla IT, alla Dandelo de La Torre Nera), il Vero Nodo, che si nutrono proprio della luccicanza delle persone, dopo averle rapite e torturate. Abra, grazie all’aiuto di Tony, chiede a Dan di assisterla per porre fine al regno di terrore di questi sadici cacciatori.
È una storia piccola e piena di potenziale, ma purtroppo non esplode mai. Tutti gli avvenimenti che riguardano la battaglia con il Vero Nodo sono tirati via. Gli stratagemmi inventati da Dan e Abra risultano forzati così tanto da sembrare ridicoli. C’è un colpo di scena, verso la chiusura del romanzo, che è quanto di più fuori luogo abbia mai letto in un libro di King: loffio, inutile, attaccato con lo sputo per far combaciare insieme dei particolari che in fin dei conti non richiedevano nemmeno troppe spiegazioni. Peggio ancora: il Vero Nodo è composto da un branco di imbranati che risultano perennemente in balia dei buoni del racconto. Non gliene va bene una. Non riescono a spaventare perché non rappresentano mai una minaccia per i nostri. L’esito del libro è scritto poco prima della metà e si continua a leggere semplicemente per arrivare a vedere il come. Che poi pure quello lasci a desiderare è un altro paio di maniche.

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Arriviamo al punto: Doctor Sleep è un buon libro?
È una storia piena dei buoni sentimenti kinghiani. Un racconto in cui l’amore muove il mondo e i protagonisti. Un romanzo sul perdono, sul toccare il fondo e poi rialzarsi, condito dalle frasi simbolo degli alcolisti anonimi. Tutta la vicenda, a posteriori, sembra una metafora dell’alcolismo. E, intendiamoci, quello che ruota attorno all’alcolismo e a Dan è estremamente pregevole: il rimando alla pratica dell’eutanasia, l’idea del gatto che visita le camere dei moribondi nella casa di cura in cui lavora Torrance. I momenti in cui Dan aiuta gli anziani nel trapasso, utilizzando la luccicanza e rivivendo dei flash di memoria delle vite degli uomini e delle donne che stanno per morire sono genuinamente commoventi (occhi umidi nel finale per un passaggio bellissimo e delicato). Questo contribuisce enormemente al mio giudizio finale.
Il problema però rimane: è Abra. O meglio la storia che le gira attorno, quindi a ben vedere più di una buona metà del libro. È una vicenda, quella che si intreccia col Vero Nodo, che non ha spessore. Non è brutta ma è sottile e considerando l’eredità che doveva raccogliere si tratta di un crimine imperdonabile.
Shining era un romanzo arrabbiato che raccontava di un alcolista frustrato che voleva uccidere la sua famiglia, scritto da un alcolista arrabbiato con se stesso che stava uccidendo, non solo la sua famiglia, ma anche la sua carriera. Quello che lo rendeva grande, così come la maggior parte dei romanzi del Re, era il mettere nero su bianco il mostro che abita l’essere umano. Era una storia nera, oscura, cattiva, che spaventava perché ti dava idea che anche la persona che ti ha messo al mondo e che ti ama, e alla quale sei vicino da tutta la tua vita, può nascondere un mostro. In Doctor Sleep è una componente che manca. King ci prova a far passare Dan Torrance come un mostro ma il tentativo sfuma perché il suo viscido segreto è di poco conto. Il che va bene, visto che parliamo del protagonista ed è giusto provare empatia per lui, ma torniamo al punto di partenza: dov’è l’antagonista? Rose Cilindro, a capo del Vero Nodo, centenaria vampira psichica, non riesce mai a imporsi come nemica. Fa quasi tenerezza a vederla costantemente sconfitta da una ragazzina adolescente. E, per inciso, i dialoghi che Abra e Rose tengono mentalmente e al telefono sono scritti malissimo: sciatti e banali. Dovrebbero essere il cuore di tutto (come, non so, come se Abagail e Randall Flagg nell‘Ombra dello Scorpione non avessero funzionato), il giro attorno al nucleo del perdono e del toccare il fondo, eppure non va. Così come risultano determinanti in modo ridicolo le capacità di Abra, che diventa un deus ex machina mossa da una sicurezza quasi fastidiosa.
È un libro che leggi volentieri, questo Doctor Sleep, che è in grado anche di emozionarti in modo genuino con passaggi meravigliosi che, come da tradizione, sono baciati da una penna che conosce perfettamente quali tasti toccare per farti venire il magone. D’altro canto è un libro che ripete una serie di cose già dette, arraffate qua e là dalla bibliografia di un grande scrittore. Non un male, perché come scrive King stesso nel suo On Writing, ogni scrittore ha una serie di argomenti cari di cui parlare, ma quando il tutto si riduce a un bel compitino c’è un problema di fondo.
È un buon libro, quindi? Sì. È una di quelle storie che ti rimangono dentro come Shining? No. Assolutamente no.