Humandroid di Neill Blomkamp

Tra fantascienza e scienza esiste un rapporto di reciproca ispirazione che spesso e volentieri si traduce in curiosi cortocircuiti. Stephen Hawking, personaggio grandioso approdato in sala di recente con il modesto La Teoria del Tutto, in occasione della presentazione ufficiale di un innovativo software di Intel che gli permetterà di comunicare più velocemente, ha messo in guardia l’umanità dall’affidarsi alle macchine, asserendo che “il loro ulteriore sviluppo potrebbe portare alla fine della razza umana”.
Il caso vuole che questo 2015 cinematografico verrà ricordato come l’anno delle intelligenze artificiali, tant’è che saremo bombardati da un gran numero di pellicole sull’argomento. L’ambizioso Automata di Gabe Ibanez (di cui ci ha parlato Fabio nella sua recensione) ha aperto le danze di un valzer fantascientifico che vedrà ballare nei prossimi mesi una variegata serie di produzioni: si va dai budget risicati di Ex_Machina di Alex Garland – sceneggiatore di Sunshine e 28 Giorni Dopo – e del britannico Robot Overlords ai blockbuster come Terminator Genisys e Avengers: Age of Ultron.
Chi invece è già sceso sulla pista da ballo è Neill Blomkamp, l’autore sudafricano che con il suo Chappie cerca di riscattare mezzo passo falso di Elysium (non lo è per il sottoscritto, ma pubblico e critica la pensano diversamente). Arrivato nelle nostre sale un mese dopo l’uscita statunitense e con il titolo cambiato per l’assonanza del titolo originale con una nota marca di cibo per cani, Humandroid è stato massacrato dalla critica d’oltreoceano che ne ha parlato poco e male, dirottando l’attenzione del pubblico sulla recente notizia del prossimo progetto del regista, non senza una certo immotivato sarcasmo (questo articolo di indiewire e relativo post sono da seggiolate sui denti).
Insomma, s’è parlato più del nuovo Alien che di Chappie, decretando il flop al botteghino di quest’ultimo; ed è un peccato perché a giudicare dal voto su imdb.com i pochi che l’hanno visto l’hanno promosso senza indugi. Perché, fortunatamente, Humandroid non è il disastro che vi hanno raccontato, anzi.

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In un futuro prossimo il tasso di criminalità crescente e l’omicidio di alcuni agenti durante operazioni ad alto rischio hanno convinto la polizia di Johannesburg ad affidare la sicurezza urbana agli Scout, androidi corazzati in lega di titanio e armati di tutto punto per fronteggiare ogni tipo di minaccia. Il film inizia in media res, dopo che il collaudo sul campo delle macchine è andato a buon fine e all’alba di un nuovo ordine di cento unità che pattuglieranno le strade della metropoli sudafricana. Alla Tetravaal, l’azienda che si occupa della produzione dei robot – che prende il nome dal corto dal quale Blomkamp ha sviluppato l’idea di Chappie -, gli elogi sono tutti per Deon (Dev Patel) l’ingegnere che ha progettato gli Scout.
Ciò a cui in realtà sta lavorando Deon però va ben oltre il proteggere e servire i cittadini: un’intelligenza artificiale capace di provare emozioni, di apprendere e fare scelte complesse basandosi su un proprio codice etico. Quando lo Scout numero 22 rientra in officina e viene indicato per la demolizione e il riciclaggio dei materiali, in quanto irrimediabilmente danneggiato, l’ingegnere decide di trafugarne i componenti e, contro il parere del proprio dirigente, di riprogrammarlo con il file consciousness.dat (coscienza).
Tuttavia, una banda di criminali idioti, convinti che il creatore possa spegnere i robot con un telecomando, rapisce Deon e si lascia sedurre dall’idea di avere tra le proprie fila un androide che li aiuti a compiere un colpo da venti milioni di Rand (la valuta corrente in Sudafrica). Permettono dunque all’ingegnere di creare Chappie con l’intenzione di educarlo in modo da renderlo il criminale perfetto.

Chappie è un concentrato di delicata gestualità che genera tenerezza e simpatia istantanee.

I sequestratori sono interpretati da Ninja e Yolandi Vi$$er, ovvero i Die Atwoord, il gruppo hip hop che ha dato vita al movimento culturale sudafricano Zef. Un melting pot di usi e costumi bassi, underground, nato come superamento del razzismo dell’Apartheid e conseguente fusione poco armoniosa di elementi profondamente diversi – lo stesso slang che si ascolta nei loro pezzi è un misto di Afrikaans e lingua inglese -.
Per quanto kitsch, pacchiani, cacofonici e in generale sgradevoli, i Die Antwoord hanno conferito a Humandroid un look visivo e un sound – alcune canzoni della colonna sonora sono loro – del tutto inediti e originali nel panorama cinematografico fantascientifico; una personalità forte, squisitamente camp e, soprattutto, diversa da quello che siamo abituati a guardare quando un blockbuster vuole propinarci una qualsiasi controcultura.
Per farvi un’idea, andate a cercarvi qualche loro video su youtube: potrà non piacervi la loro musica o la cifra estetica, che è un mix di arditi make-up, pettinature tamarre, colori sgargianti e strampalati tatuaggi, ma non potrete negarne il carattere esotico.
E la loro presenza in Humandroid non è casuale, buttata lì solo per ragioni di look o per opportunità commerciali, nonostante qualcuno abbia erroneamente parlato di spottone travestito da vuoto divertissement. Sono convinto che sotto la scorza della semplicità sia nascosto un discorso metaforico – che, ahimè, non sono riuscito a cogliere in tutte le sue sfaccettature per la mancanza di riferimenti culturali e la mia scarsa conoscenza dell’attuale situazione sudafricana – su quanto Zef e gli altri movimenti underground siano stati importanti, forse addirittura di più del nuovo ordine costituito, nel forgiare il folklore del Sudafrica post-apartheid.

1251623 - Chappie

Humandroid inizia come District 9, con le finte interviste e il telegiornale farlocco che ci informa sull’escalation criminale che ha comportato l’utilizzo dei robot, ma si distacca immediatamente dallo stile mockumentaristico, rievocando occasionalmente alcuni elementi della prima opera di Blomkamp, ad esempio la trasformazione che sfocia in una sequenza che ricorda il finale di Avatar. Accantonando le ambizioni del costoso Elysium, il regista sudafricano torna alle origini e rinuncia a raccontare una storia di ampio respiro per concentrarsi sulla dimensione più emotiva e ludica della vicenda. L’approccio è dunque apparentemente meno politico e arrabbiato rispetto ai film precedenti, ma non per questo meno intenso.

I Die Antwoord hanno conferito a Humandroid una personalità forte, squisitamente camp

Un racconto di formazione che mescola coerentemente argomenti della fantascienza più alta (ma non solo), la dolcezza di una pellicola d’animazione per piccini e la violenza esplicita ed esplosiva del cinema di Paul Verhoeven. Il tenero robot ha l’espressività di Wall-E e la genuinità di un moderno Pinocchio che non sa ancora distinguere tra il bene e il male e finisce per subire l’influenza di “cattivi maestri”; come i replicanti di Blade Runner ha una data di scadenza, ma dopo aver assaporato l’esistenza desidera superare i propri limiti e vivere. Caso vuole che, come nel già citato Automata, ciò si traduca in un miglioramento di sé che travalica la comprensione umana, un leitmovit di questo nuovo filone di pellicole (lo ritroveremo nel secondo Avengers): qualcosa che spaventa perché sfugge al controllo dell’essere umano, che nella sua dimensione finita non comprende l’immortalità che percepisce immonda e meritevole di essere ostacolata con ogni mezzo. Ad esempio con il Moose, una mostruosità (che ricorda in maniera palese l’ED-209 di RoboCop) creata e controllata in remoto dall’antagonista di Deon, l’ex-militare interpretato da un tremendo Hugh Jackman in pantaloncini kaki e capelli unti; un timorato di Dio che si fa il segno della croce al solo sentir parlare di “coscienza” in un robot.
Tutti gli elementi “saccheggiati” qua e là dal variegato panorama di ispirazioni collimano nel tema centrale del film che è la definizione di “anima”: un argomento probabilmente non originalissimo ma sempre interessante, specie se affrontato con questo piglio.

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Il buon Neill si conferma abilissimo narratore nonché un mago degli effetti visivi: il ritmo è studiato e non ci si annoia mai. Non sbaglia una singola scena, la telecamera a mano viene limitata alle sequenze più concitate e l’integrazione tra CGI e live action è fluida, realistica, semplicemente perfetta; ci sono almeno due sequenze madre dal grandissimo impatto emotivo che vi faranno sciogliere come neve al sole, con protagonista il dolcissimo androide. Chappie, interpretato grazie alla tecnologia della performance capture dall’attore feticcio Sharlto Copley, è un concentrato di delicata gestualità che genera tenerezza e simpatia istantanee. Aspettavo l’autore al varco, perché il terzo atto delle sue opere precedenti, in cui erano concentrate quasi tutte le sequenze action dei film, non mi avevano convinto. Anche dopo averli rivisti, avevo sempre la sensazione che sul finale si buttasse in vacca tutto il ben di Dio che si era visto prima. Qui invece l’azione è meglio amalgamata con il resto e il finale è un crescendo spettacolare.

Humandroid non sarà il film della consacrazione di Blomkamp, perché la sua semplicità di fondo lo pone un gradino più in basso del suo film d’esordio e banalmente perché non è privo di difetti: alcuni personaggi hanno un peso talmente irrisorio nella narrazione che potevano essere tagliati via senza problemi – vedi il dirigente della Tertavaal interpretato da una svogliatissima Sigourney Weaver – mentre altri, come il “megacattivone” boss di Ninja e Yolandi, danno la sensazione di essere lì in mezzo solo per poter imbastire situazioni rocambolesche.
Nonostante questo, è un buonissimo film, delicato quanto esplicito, che comprime il meglio della fantascienza anni 80 e lo condisce con quel pizzico di brio rappresentato dai Die Antwoord che, nel bene o nel male, sono una ventata d’aria fresca. Chappie conferma che di Blomkamp ci si può fidare, e visto e considerato che a breve si troverà ad avere materiale che noi appassionati abbiamo a cuore (Alien) avevamo proprio bisogno di essere rassicurati.

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7,5 Voto
Consigliato a

Chi ama la fantascienza anni 80, wall-e e la violenza del cinema di Verhoeven

Sconsigliato a

Chi da Blomkamp pretende la visione politica e mal digerisce i Die Atwoord

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