Kung Fu Panda 3 di Jennifer Yuh e Alessandro Carloni

Il contesto produttivo nel quale Kung Fu Panda 3 è stato concepito, realizzato e buttato nella mischia del mai come adesso affollato panorama dei film d’animazione è tanto interessante quanto delicato. DreamWorks Animation, lo studio d’animazione (indipendente dal 2004) che ha dato i natali al franchise di Shrek, non ha mai vissuto una tale situazione di precarietà: dopo aver saturato il mercato con una media di due uscite annue (con un picco di tre nel 2010 e nel 2014) ed essere incappato in una serie di flop al botteghino americano, si era addirittura parlato di vendita della compagnia. Fu lo stesso Jeffrey Katzenberg, fondatore e CEO dell’azienda, a rendersi conto che la strada che aveva intrapreso lo studio era sbagliata e che era necessario rivedere le strategie: sfrondare i rami secchi (molti dipendenti, purtroppo, hanno perso il loro lavoro), limitare le uscite annue (non più di due), attirare capitali provenienti da investitori stranieri e puntare forte sui brand che hanno riscosso più successo di pubblico e di critica.
DreamWorks ha dunque diversificato la propria offerta, anticipando di qualche anno le tendenze che oggi vanno per la maggiore: distribuzione in streaming – ha stretto un accordo pluriennale con Netflix per la creazione e distribuzione di 300 ore di serie animate basate sui suoi franchise più famosi – e attenzione per i mercati emergenti, in particolare per quello cinese che si appresta nel giro di qualche anno a diventare il più grande al mondo.
Oriental DreamWorks, con sede a Shangai, è lo studio nato proprio dall’esigenza di “realizzare storie basate sulla cultura e sulla mitologia cinese, ma capaci di parlare al pubblico di tutto il mondo”, ovviamente attingendo alle voluminose tasche dei partner commeciali orientali e mirando al nazionalismo del pubblico cinese che, per quanto abbia mostrato una notevole apertura verso le opere realizzate all’estero (basta guardare gli incassi di Fast & Furious 7 o Star Wars), continua ad amare e prediligere i prodotti fatti in casa.
Il bello è che il brand perfetto per inaugurare il nuovo corso, quelli di Dreamworks, ce l’avevano già in casa.

(se siete interessati ad approfondire la questione dal punto di vista economico-culturale, vi consiglio di leggere l’articolo di Emanuele Biotti pubblicato su badtaste.it)

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Ma perché Kung fu Panda 3 (prodotto per un terzo negli studi di Shangai) e il riposizionamento dell’azienda sono importanti anche da un punto di vista extra commerciale/economico?
Perché questi film – oltre a Kung fu panda mi riferisco anche a I Croods e Dragon Trainer, i quali seguiti usciranno in sala rispettivamente nel 2017 e nel 2018 – da qualche anno stanno cercando di definire la poetica dello studio d’animazione, cercando di lavare via quella fastidiosa nomea di “fabbrica di parodie” che gli era stata affibbiata dopo Shrek o, peggio ancora, di produttore di pallide imitazioni dei successi di Pixar (vedi Shark Tale).
Nella marmaglia di pellicole prodotte a nastro e senza un vero controllo di qualità (mi rifiuto di credere che qualcuno dotato di raziocinio abbia avallato roba come Home o Turbo), alcune personalità di spicco dal curriculum notevolissimo quali Chris Sanders, Dean DeBlois, Bonnie Arnold e Jennifer Yuh hanno portato avanti un’idea di cinema precisa, basata su temi ricorrenti forti e, in taluni casi, molto coraggiosi e sulla partecipazione di maestranze eccellenti (la fotografia di Roger Deakins, le musiche di Hans Zimmer ecc… ). Un cinema in cui sono centrali burrascosi rapporti padre-figlio, in cui si parla di superamento della diversità e dell’handicap senza peli sulla lingua e in cui personaggi retrogradi e fondamentalisti finiscono per abbracciare cambiamenti radicali dello status quo nel quale sono immersi.

Giunte ormai alla terza puntata, le avventure di Po sono inevitabilmente soggette a una certa ridondanza, ma si tratta di una ridondanza positiva ben lontana dal milking selvaggio al quale DreamWorks aveva abituato gli spettatori, sfornando seguiti e spin off di saghe che non avevano più nulla da dire già da un bel pezzo (Madagascar e Shrek su tutte).
È vero che in Kung fu Panda 3 personaggi già ampiamente intodotti e approfonditi dai precedenti, apprezzabili, episodi, di tanto in tanto si ritrovano in situazioni già viste in passato, ma è anche vero che, fortunatamente, c’è anche molto altro per cui appassionarsi di nuovo.

Kung Fu Panda 3 non è un sequel inutile come quelli di Madagascar

Alla fine del secondo episodio scoprivamo che in realtà Po non era l’ultimo della sua specie rimasto in Cina: nascosti tra le montagne, una tribù di panda proliferava in tutta tranquilità in un villaggio verdeggiante isolato dal resto del mondo.
Nel regno degli spiriti, il maestro del dolore Kai sta assorbendo tramite una tecnica che solo lui conosce il Chi (semplificando, l’energia vitale) dei maestri del kung fu, in modo da poter tornare nel mondo dei mortali e seminare morte e distruzione come aveva fatto molti secoli fa. Informato sui fatti, il maestro Shifu si mette alla ricerca di una soluzione: tra le pergamene della biblioteca del Palazzo di Giada, Shifu trova una leggenda secondo cui Kai può essere sconfitto solo da chi padroneggia il Chi, ovvero da una tribù di panda che vive in un villaggio segreto tra le montagne. Il caso vuole che Li Shan, leader dei panda, richiamato da una voce dall’aldilà, è giunto nella Valle della Pace alla ricerca del figlio perduto anni prima…

Affrontando argomenti di grande attualità quali la stepchild adoption (in maniera meno casuale di quanto si possa pensare; se gli USA sono all’avanguardia per quanto riguarda i diritti LGBT, in Cina il dibattito è ancora in atto) con estrema delicatezza e con il consueto brio che contraddistingue la saga, Kung Fu Panda 3 si dimostra un blockbuster attento alla realtà che ci circonda ed efficace nella comunicazione come solo un film d’animazione (che parla innanzitutto a un pubblico di bambini) sa essere. Inizialmente diffidenti l’uno nei confronti dell’altro e impegnati in una sfida per decretare chi sia il vero papà, Li Shen e Ping troveranno il modo per mettere da parte il proprio egoismo (in una bellissima scena che strapperà più di una lacrima in sala) e collaboreranno per il bene del figlio, andando a formare un nucleo familiare anticonvenzionale nel quale Po non fa distinzioni tra il padre biologico e quello adottivo.

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Per quanto gli Adinofi di questo mondo abbiano tentato di far leva su questo argomento per screditare l’opera firmata dalla già citata Jennifer Yuh e dall’orgoglio italiano Alessandro Carloni, il nocciolo della vicenda va però cercato altrove. Forse proprio perché proveniente da una dimensione in cui la stepchild adoption è un risultato acquisito e socialmente accettato, l’elemento familiare scivola sullo sfondo con una naturalezza impensabile in altri contesti.
Piuttosto, Kung fu panda 3 è un buonissimo film sul ricordo, sulla memoria, sulle radici e su come queste influenzano il nostro presente. Che sia la distruzione di ciò che hanno lasciato in eredità i nostri maestri su questa terra, o il sentimento di inadeguatezza che si prova per aver dimenticato la fondamentale arte dei nostri avi, o, ancora, la rabbia che scaturisce dallo scoprire che le proprie gesta siano state grattate via dalla memoria collettiva, l’elemento del ricordo in ogni sua forma ha un peso notevolissimo nell’economia del film.
Il fatto che manchi un cattivo di spessore è l’ulteriore conferma del fatto che il focus si sia spostato verso temi più profondi della vendetta o dello scontro con un temibile rivale. Kai non sarà carismatico come l’aspirante Guerriero Dragone del primo film, Tai Lung, o affascinante come il folle pavone bianco Lord Shen, ma si tratta in ogni caso di un villain, per quanto anonimo, abbastanza funzionale allo scopo della pellicola. Inoltre, il suo modo quasi ossessivo di chiedere alle proprie vittime se avessero mai sentito parlare di lui, molto simile a quanto faceva Starlord in Guardiani della galassia, strappa più di un sorriso.

La stepchild adoption non è l’argomento centrale, ma è un segno della maturazione della saga

Purtroppo però, il registro comico non è sempre puntuale: sebbene le gag siano quasi sempre divertenti e i personaggi estremamente simpatici, è un peccato che Kung fu panda 3 non tenda con più decisione a esaltare il carattere epico delle gesta di Po e dei suoi compagni; potrebbe farlo, anche grazie a una magnificenza visiva esaltante e a sequenze d’azione che fanno impallidire la maggior parte dei blockbuster americani live action. E invece, spesso, nei momenti più climatici del film, l’epicità viene smorzata, concedendo più spazio al ridersi addosso e a far ridere a tutti i costi, anche quello di sottovalutare il proprio pubblico di riferimento.

Kung Fu Panda 3 è un film maturo, divertente, emozionante, ben ritmato, a suo modo abbastanza diverso dai suoi predecessori, senza dubbio degno di far parte di una delle saghe più riuscite di questi ultimi anni. Soffrirà purtroppo il confronto con Zootropolis, l’altro peso massimo firmato Disney in sala in questo momento, che per quanto riguarda il sottoscritto rappresenta una delle vette più alte raggiunte dal cinema d’animazione americano. Il film dei Walt Disney Animation Studios gioca sullo stesso campo (animali antropomorfi) ma a essere onesti in un’altra categoria. Sarebbe però ingiusto, per le ragioni appena espresse, non concedere una possibilità al tenero Po.

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7,5 Voto
Consigliato a
Chi ha amato i precedenti episodi e vuole vedere un sequel maturo.
Sconsigliato a
Chi non sopporta Po e vuole qualcosa di veramente nuovo.
Criterion 1