Love, la prima stagione: sesso, bugie e blu-ray

Due persone si incontrano: parlano, si conoscono, si frequentano, si innamorano, fanno del buon sesso, si mettono insieme. Tutto bene, tutto a gonfie vele. I progetti, la tenerezza, i sogni, tutto sembra incredibilmente più bello quando si cade in quella cosa che move il sole e l’altre stelle: l’amore.
Ma lo sappiamo, ci siamo passati tutti: a un certo punto qualcosa si inceppa, all’improvviso una cazzata può diventare il proiettile vagante capace di infrangere in mille pezzi l’incantesimo. Un periodo di crisi, una discussione più accesa del solito e arrivederci. Il percorso che fino a quel momento sembrava dover essere intrapreso mano nella mano e a quattro passi, insieme, non c’è più. Ci si ritrova soli, frastornati, incazzati e soprattutto delusi.
Da qui parte Love, la nuova serie originale Netflix pubblicata un mese fa: 10 episodi, scritti da Judd Apatow (quello di 40 anni vergine e Molto Incinta), Paul Rust (che qui recita nel ruolo di protagonista maschile) e Lesley Arfin. Nessun fronzolo, nessuna regia ricercata. Love parte dalla delusione, inserisce due personaggi diversi e li lascia interagire nel corso di 5 ore, nella ormai struttura abituale data dalle serie Netflix, dove gli episodi sono solo tasselli di un lungo film. Adotterò il metodo preso dal film La La Scomparsa di Eleanor Rigby, suddividendo questo articolo in tre parti, ognuna volta ad analizzare un punto di vista portato avanti nella serie. Non ci dovrebbero essere spoiler, non stiamo parlando di una serie basata sul plot twist, ma probabile che arrivato alla fine avrò forse detto più del dovuto.

Love

LUI

Nei primi dieci minuti di Love vediamo Gus vivere quella che potrebbe essere la relazione perfetta: una bella ragazza, tante coccole, gli stessi gusti, le frasi completate l’uno dall’altra, il tappeto acquistato di quel colore perché piace a lei. Tutto stupendo, fino a quando la sua ragazza decide di rompere con un pretesto. Tutto accade in fretta, e già da queste prime battute riusciamo a intuire qualcosa di questo trentenne un po’ nerd è un po’ cool: il personaggio di Paul Rust è il punto di vista maschile della storia. Attenzione però, Love non richiede necessariamente di identificare il pubblico maschile con il protagonista maschio e viceversa: non è una questione di Gender per Apatow e Co. Qui sta l’intelligenza con cui la serie costruisce il suo universo, la storia ci viene raccontata analizzando il più possibile il quotidiano, la normalità, evitando di ingabbiare i personaggi in stereotipi. Così Gus, pur essendo un nerd, riesce ad essere figo: può essere coinvolto in un threesome con due procaci studentesse, può avere più relazioni, può risultare un cavaliere salvando una damigella indifesa. Gus rompe lo stereotipo del nerd come maledizione, come una condizione da maledire o una caratteristica da dover eliminare per completare il rito di passaggio all’età adulta. Ma chi l’ha detto? I personaggi di Love hanno trent’anni, sono adulti e fanno schifo.

Love

LEI

La vita di Mickey sintetizza un po’ questo concetto, ha trent’anni, si droga, butta giù alcol come te e si attacca al primo uomo che sembra dedicarle qualcosa di vagamente simile all’amore. La sua presenza è quanto di più tossico tu possa trovare nelle vicinanze, sai che quella cosa è nociva ma allo stesso tempo è talmente irresistibile da non poterne fare a meno. Gillian Jacobs riversa alcune delle caratteristiche della Mimi Rose di Girls senza brittare la sua interpretazione di Mickey: è sciatta e incasinata, ma allo stesso tempo possiede quel fascino da cerbiatto di cui non puoi fare a meno. La tipica ragazza sexy di cui in qualche modo ti innamori all’istante, che ti resta in testa nonostante dentro di te sai che non fa per te, che porterà dei guai. Gran parte dello slang usato da Love passa dal suo personaggio, un linguaggio formato da sms, da sbuffate, da rapporti occasionali, sorrisi speciali e pianti inesorabili. Mickey è incasinata forte, non riesce a mantenere qualcosa di stabile nella sua vita, non capisce se stessa e difficilmente riesce a pensare agli altri. Nonostante tutto, alla fine il personaggio è quello che ha più margini di crescita durante la serie: attenzione, come sopra, non stiamo parlando di maturità. Questi personaggi sono consci di ciò che sono, magari non gli piace quanto stanno vivendo ma lo accettano. La maturità alla fine è un concetto relativo, questo ci dice Love: possiamo davvero considerarci maturi? O forse ci sono occasioni e situazioni in cui essere maturi è più facile. Mickey dimostra che tutti noi, prima o poi, cediamo ad atteggiamenti che in genere sarebbero considerati immaturi.
Perché? Magari in quel momento ne abbiamo proprio bisogno, a volte evitare di fare una cazzata è impossibile.

Love

LORO

Love non si presenta come un prodotto originale, non cerca di rivoluzionare un genere. Anzi, i personaggi di Gus e Mickey, messi sulla carta, sono quanto di più banale potreste aver mai visto. La cosa interessante della serie è come ti fa conoscere i suoi protagonisti: li introduce in modo separato, li fa incontrare, ed episodio dopo episodio li approfondisce attraverso quello che dicono o fanno. Arrivati al sesto episodio i due sono ormai tuoi amici, in un qualche modo gli vuoi bene: magari sono diversi da tutto quello che sei, ma riesci a capire le loro difficoltà e fragilità. Apatow racconta una storia onesta, a volte cinica e a volte dolce, senza rinunciare alla magia. Si ride in Love? Ci sono dei momenti divertenti, ma la comicità è dilatata: si inserisce nei pungenti dialoghi, a volte si ride per non piangere davanti a certe situazioni.
Love non sarà una serie rivelazione, ma si piazza accanto a Master of None cercando di raccontare cosa vuol dire avere una trentina d’anni nel 2016: gli adolescenti alla John Hughes oggi sono adulti, ma forse non hanno ancora capito loro stessi. Lasciarsi andare ai dieci episodi della serie è come mettersi di fronte a uno specchio distorto: magari quel riflesso non ci rispecchia, ma ha qualcosa di noi.

Nota a margine: in Love la musica ha un ruolo importante. Si inserisce nella storia per commentare, lascia parlare i personaggi attraverso essa. Tra un episodio e l’altro noterete dei titoli di coda abbastanza lunghi per una serie, circa due minuti. Prestate attenzione, nel brano che di volta in volta li accompagna c’è una sorta di riassunto di quanto abbiamo visto. Una vera chicca. Ecco una playlist ad hoc con alcuni dei brani migliori della serie:

We Were Meant to Be Together – Tom Brosseau

Hymn – Diane Coffee

Biggest Part Of Me – Ambrosia

Jet – PaulMcCartney

Laid – James

Let’s Make a Memory – Roy Orbison

Play The Game – Queen

Golden State – Eddie Vedder e Natalie Maines

Bang Bang – Jessie J

I’ll Fight – Wilco
 

Review 0
7,5 Voto
Consigliato a
chi ha voglia di innamorarsi.
Sconsigliato a
chi cerca una comedy dalla risata facile.
Criterion 1