Room di Lenny Abrahamson

Lenny Abrahamson è quel matto che un paio di anni fa ha messo una testa di cartone a uno degli uomini più belli del mondo. Per quasi due ore di film, Michael Fassbender è stato costretto a indossare questo capoccione gigante e a nascondere la sua faccia. Frank (del quale potete trovare qui la nostra recensione) era un film favoloso, in cui questo artista con disagi sociali era costretto a rinchiudersi dentro una maschera per non affrontare il mondo fuori. Allo stesso tempo era così geniale da evadere continuamente l’imposizione del gusto comune, e realizzare un’arte libera, che lo rendeva felice. Un film di stanze, insomma, anche quello: la stanza della maschera, che separa il mondo interno dal mondo esterno, e la stanza del pubblico, da compiacere attraverso tutta una serie di processi che esulano dall’espressione della propria arte.
Un paio di anni dopo, Abrahamson torna a parlare di spazi chiusi tramite quella stessa forza allegorica e riuscendo a raccontare di mondi distanti, di solipsismo e alienazione, portandosi questa volta a casa un successo decisamente più celebrato (Brie Larson e il suo Oscar come migliore attrice protagonista) e realizzando un film capace di scavare a fondo in una situazione che ha diverse chiavi di lettura.

Il piccolo Jack è protagonista indiscusso del film.

Il piccolo Jack è protagonista indiscusso del film.

LA STANZA

Joy e Jack vivono in una stanza. Il loro mondo è tutto racchiuso tra le quattro mura e gira attorno a quelle entità contro cui sbattono il muso tutti i giorni: Lavandino, Armadio, Vasca, Letto e così via. Jack è nato e cresciuto in quel posto, proprio dentro Stanza, e non sa che esiste un mondo là fuori. L’unica porzione di universo che gli è concesso conoscere è quel pezzetto di cielo che vede attraverso il lucernario. Joy, invece, è stata catturata a diciassette anni e per sette anni è stata tenuta segregata nella stanza da Old Nick, il suo carceriere, un folle che continua a mantenerla per abusarne sessualmente. C’è un rapporto distorto tra Old Nick e Joy che richiama continuamente quello tra il marito padrone, l’uomo della casa, e la donna sottomessa, succube (economicamente e non solo) del marito.
Quando Joy si rende conto che suo figlio sta vivendo in un mondo fittizio, che lei ha inventato per proteggerlo dalla verità, le balza alla mente l’idea che non può e non deve permettere che Jack non conosca il mondo. Inizia allora a pensare a un modo per evadere dalla stanza.

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Joy è chiusa nella stanza da tanto, troppo tempo.

SCATOLE CINESI

La vita come una serie di stanze. Room è un film costruito a scatole cinesi: una stanza dopo l’altra; ognuna più grande della precedente. C’è Armadio, stretto, minimondo dove Jack ha assoluto controllo su quello che succede. C’è Stanza, dove vive con ‘ma e dove Old Nick ogni tanto passa a trovarli e porta qualcosa dal mondo di fuori. C’è la stanza d’ospedale, poi l’altra casa, poi la città, il paese, tutti confini che separano quello che è dentro da quello che è fuori. Ma è anche un film di stanze mentali, di rapporti che tengono i personaggi in scacco, di situazioni di dipendenza da cui forse è ancora più difficile scappare (il rapporto col carceriere; la dipendenza che Jack ha di sua madre), suggerendo l’idea che la natura mentale delle stanze è quella più difficile da cui evadere. Room è proprio un film sull’importanza dell’evasione. Sul cercare di abbattere quella barriera che divide il mondo da te stesso, cercare di andare oltre l’isolamento, l’alienazione, l’abnegazione dell’altro, di ciò che ci è estraneo. Colpisce proprio come questo discorso sia universalmente applicabile a tutti i contesti della vita, di come spesso si è portati a dividere il mondo in un dentro e un fuori, in un noi e un loro. In giusto e sbagliato.

Room è proprio un film sull’importanza dell’evasione.

 

Room è un film splendido, scritto in maniera impeccabile, che per buona parte della sua durata riesce a raccontare un piccolissimo cosmo abitato da sole due persone, con zero distrazioni e tutto giocato su un rapporto incredibile, frutto di un grandioso lavoro sui personaggi (ed è tanto eccezionale Brie Larson, quanto sorprendente il piccolo protagonista) e sull’ambiente, sapientemente inquadrato da una regia soffocante che si muove a suo agio negli spazi chiusi, lasciando allo spettatore l’impressione di trovarsi anche lui intrappolato con Joy e Jack.
Nonostante il racconto sia portato avanti dal punto di vista di un bambino, non diventa mai accomodante, mai consolatorio: non ci è risparmiata nessuna orribile routine a cui i due sono sottoposti; non c’è sconto quando si tratta di soffrire per il destino dei personaggi. Non c’è redenzione o soddisfazione, anzi, il film si mantiene sempre crudo e tesissimo. Nella sua anima da thriller riesce a spaventare e innervosire con grande sprezzo dello spettatore, e quando si tratta di far uscire la natura drammatica, non si risparmia neanche lì, dipingendo una realtà che, tra media, avvocati e un difficile processo di riassorbimento nella società (l’ennesima stanza) non sposa mai le atmosfere moraleggianti di una favola nera.

Si diceva proprio di come Room riesce alla grande a parlare allo spettatore, senza mai abbassare il tiro, e puntando dritto tanto al cuore quanto al cervello. Mai lacrimoso, mai patetico (e sarebbe stato facile sfruttare l’elemento “bambino” per suscitare pena nello spettatore), sempre onesto nelle intenzioni e verso l’intelligenza di chi guarda. E questo è il suo grande pregio: suggerire che la vita non è solo il passaggio da una stanza più piccola a una stanza più grande; che la necessità di capire cosa c’è “fuori” è sempre concreta, così come quella di non plasmare il mondo su quello che ci sta attorno e che conosciamo. Di evadere, sempre.

Room
8.5 Voto
Consigliato a
chiunque, Room è un film che potrebbe piacere a tutti, senza eccezioni.
Sconsigliato a
chi si aspetta un thriller puro.
Criterion 1