The Book of Legends – 16 nostalgici bit

Aldorlea Games è una software house che ha da sempre reso molto chiaro il suo orizzonte: omaggiare i vecchi fasti del J-RPG stile SNES riproponendone una personalissima interpretazione “moderna”. Attiva sin dal 2008, ha sviluppato una buona quantità di giochi tra i quali vale la pena citare le saghe di Laxius Force e Millennium. Tutti i suoi prodotti condividono una tensione atta a bilanciare vecchi elementi di gameplay con alcune meccaniche più fresche, il tutto con l’aiuto di RPG Maker e una discreta esperienza nel settore. The Book of Legends è una delle ultime incarnazioni -il gioco è del 2012 ma arriva solo ora su Steam– di questa vera e propria mission. Ed è per questo che, dei titoli di Aldorlea, va a condividere i grandi pregi ma anche gli indiscutibili difetti.

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Jordan, il protagonista di The Book of Legends, non è esattamente il classico eroe senza macchia e senza paura.

Forte di una fan-base molto affiatata, Aldorlea Games prosegue anche questa volta nella sua iterazione di un vecchio genere che, negli ultimi anni, ha sempre più faticato a trovare declinazioni nuove seppur con ottime punte di eccellenza. The Book of Legends è tutto quello che un amante nostalgico del 16-bit può sperare di trovare in un J-RPG. Le meccaniche, dicevamo, sono molto classiche: party di quattro personaggi, combattimento a turni e forte focus sull’esplorazione delle aree di gioco. Il tutto unito ad uno storytelling di spessore, soprattutto quando, sin dalle primissime ore di gioco, ci accorgeremo delle numerosissime scelte che potremo intraprendere e che cambieranno anche radicalmente la nostra percezione aumentando pure esponenzialmente la già alta longevità.

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Il combattimento a turni si sviluppa senza distaccarsi troppon da quello base di RPG Maker

Messa così sembra un capolavoro della ludonostalgia, e ammetto di esserne rimasto decisamente affascinato, soprattutto in un mondo ruolistico dove lo story-driven mascherato da scelte morali ha mietuto molte vittime anche tra le grandi produzioni. Nonostante questo permangono alcuni aspetti critici che è impossibile tacere. Prima di tutto una resa grafica pulita ma decisamente anonima. Forse anche a causa della scelta, magari opinabile, di usare come asset grafico di RPG Maker il pacchetto aggiuntivo “Samurai”. Se la decisione stilistica riesce a rendere bene un’ambientazione orientaleggiante, alla lunga la ripetitività estetica è sempre in agguato e, tenendo conto che il gioco offre una longevità di almeno quaranta ore tra quest principale e secondarie (senza contare i segreti a volte fin troppo nascosti con i quali Aldorlea Games storicamente ama infarcire i propri titoli), capirete subito quanto nell’end-game ci saremo stufati di un design troppo ripetitivo.

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Il nostro party sarà “joinabile” anche da una pletora di animali selvatici

È vero, un gioco di ruolo non può e non deve essere giudicato solo dal suo lato esteriore. Ma a una software house che ricrea il vecchio spirito SNES per professione, se possiamo perdonare la scelta di RPG Maker – d’altronde, se saputo usare, è un motore di gioco che regala soddisfazioni –, è un po’ più difficile passare oltre ad una sorta di pigrizia esistenziale nel cercare componenti grafiche e artistiche ben più originali. Soprattutto se vediamo che, mediamente, i prezzi dei giochi di Aldorlea sono spesso più alti della media indie e suggerirebbero un lavoro professionale. Nonostante ciò continua ad essere impossibile restare freddi di fronte ad una componente narrativa di assoluto spessore, soprattutto nella sceneggiatura e nelle interazioni tra i più di trenta personaggi reclutabili.

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I dungeon vantano un’ottima complessità

Jordan, il protagonista, è il più classico degli anti-eroi. Cinico, consapevole di essere uno degli uomini più forti del mondo e sempre con una battuta sprezzante. I nostri compagni, pero’, non saranno certamente dei burattini e le interazioni si svilupperanno durante tutto il gameplay, creando una fortissima immersione nel mondo di gioco e strappando più di una risata a causa della peculiare ironia di cui si fa portatore tutto il plot. Trama, invero, non certamente originalissima – siamo dalle parti del classico demone che si risveglia e rischia di minacciare la fine del mondo – ma che è raccontata benissimo. Mano a mano che andremo avanti, troveremo sempre stimoli per proseguire il nostro viaggio e chi ci accompagna è assolutamente all’altezza del compito, trascinadoci in una discreta empatia coi personaggi. Inutile dire che, spesso e volentieri, è presente anche una sorta di intento parodistico, che fa capire quanto bene fa, a volte, riuscire a non prendersi troppo sul serio.

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Gli artwork sono chiaramente debitori di una certa estetica “jappo-festosa”

Parlavamo di pigrizia qualche riga fa ed è bene ampliare il discorso. Dicevamo anche di una fan-base molto fedele e che nel corso degli anni è stata sfamata a volontà con J-RPG di buona fattura, con una grande longevità e con storie intricate e dalle possibili ramificazioni. A volte, però, una fan-base così legata ad un preciso concetto di gameplay rischia di diventare anche un freno per l’inevitabile ricerca e sviluppo che un dev deve affrontare per non rimanere fin troppo ancorata al più classico more of the same. In The Book of Legends il problema sta proprio qui. Sebbene le meccaniche classiche siano riproposte in modo cristallino, alcune scelte presentano ancora forti limiti. Si è tentato di risolvere il problema con l’introduzione di una modalità di difficoltà più casual che aggiunge meccaniche più contemporanee, come ad esempio il recupero di punti vita dopo un combattimento, ma in altri frangenti questa problematica diventa un vero e proprio spartiacque tra una serena fruizione dell’opera videoludica e una certa frustrazione e sensazione di legnosità del gioco.

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Il “Samurai Pack” in tutto il suo splendore

Ci riferiamo soprattutto ad un sistema di combattimento, spiegato poco e male, che non può limitarsi a riprendere quello base di RPG Maker con qualche leggera modifica. Allo stesso modo se la scelta di dungeon e aree esterne complesse, labirintiche e l’assenza di una mini-mappa sono tutto sommato delle buone scelte di design – era da tempo che non provavo una certa sensazione positiva di smarrimento in un J-RPG – in breve capiremo subito come tutto questo è minato dalla scelta di mantenere gli scontri casuali, oltretutto fissati con un rate fisso ogni passo che muoveremo nelle zone pericolose. Il tutto porta ad una frustrazione francamente evitabile in un gioco che, in fin dei conti, avrebbe pure molto da dire. Le ultime incarnazioni del gioco di ruolo alla giapponese hanno fatto ben capire che lo scontro casuale è qualcosa di ormai mal digerito e, sebbene probabilmente sia proprio quello che vogliono i fan, se vogliamo provare a tracciare un parere oggettivo sul valore di questo gioco allora è impossibile prenderlo come punto di forza.

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Alcune mappe hanno anche delle buone trovate visive, peccato alla lunga si ripetano fin troppo

È piuttosto un incancrenimento evitabile, soprattutto quando è possibile pensare a soluzioni diverse che però salvaguardano la sua essenza di grosso remake del ruolismo a 16-bit. Basti pensare a Bravely Default e la possibilità di cambiare le probabilità di incontri in base a quanto abbiamo voglia di farmare. Pratica che, tra l’altro, non è neanche così necessaria nel gioco, dimostrando una certa idea positiva di bilanciamento tecnico. Se vogliamo poi considerare la possibilità, ad esempio, di uscire da un dungeon dopo averlo finito senza essere costretti ad un backtracking eccessivo o la presenza di un quest-tracker fa capire che Aldorlea sa inserire nuovi elementi in modo produttivo.

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Durante l’esplorazione saranno visibili anche i nostri compagni di party

7 / 10

Nonostante i suoi problemi, The Book of Legends rimane un’ottima interpretazione di un J-RPG come si facevano una volta. Se siete degli appassionati ci ritroverete tutta una serie di strizzate d’occhio che non potranno non farvi piacere, se il genere non vi appassione potrete comunque sperimentare una modalità più facile in grado di rendere sensibilmente meno frustrante il combattimento e l’esplorazione. Insomma The Book of Legends poteva essere una grande sorpresa, e invece si è rivelato solo come un buon gioco, un po’ troppo ancorato al passato ma con uno script di assoluto livello che saprà accompagnarvi con una buona dose di ironia. Se siete convinti lo trovate su Steam a poco meno di 15 euro, un prezzo che forse farà storcere il naso a qualcuno ma che in fin dei conti rappresenta bene la mole di materiale con la quale abbiamo a che fare.