The Walking Dead Stagione 6 – Recensione

Giusto ieri la sesta stagione di The Walking Dead si è conclusa. Solito doppio ciclo, per un totale di sedici episodi, sotto la guida creativa di Scott M. Gimple anche quest’anno. Avevo auspicato un po’ di puntatoni nella parte centrale della stagione ma non sono stato accontentato: la sesta stagione di The Walking Dead, purtroppo, soffre di un ristagno narrativo difficilmente perdonabile, dove gli episodi ricchi scarseggiano mentre la stasi è padrona.

Un breve riepilogo di cosa è accaduto in questa stagione. Nei primi episodi (5.01-5.08) i nostri sono alle prese con lo spostamento di un’orda di zombie da una cava vicino Alexandria. La situazione, ovviamente, prende una brutta piega, se non pessima, quando la banda dei Lupi invade la cittadina, trasformandola in un campo di battaglia. Durante l’operazione di dirottamento dei vaganti, Glenn sembra apparentemente perdere la vita (5.03) in uno dei momenti più caldi della serie. Con un po’ di furbizia, il ragazzo riappare vivo solo qualche episodio più avanti (5.07) e nel finale di metà stagione si riunisce al gruppo per fronteggiare l’invasione di zombie – ovvero l’operazione di spostamento andata male. Se escludiamo un inutile episodio dedicato a Morgan (5.04), un genuino filler che gli autori potevano risparmiarci, la prima parte della stagione è stata tutto sommato convincente. 

Padre Gabriel nell'ultima scena prima della pausa della stagione.

Padre Gabriel nell’ultima scena prima della pausa della stagione.

La seconda parte invece, ripartita con un ottima premiere che ha fatto saltare qualche testa e qualche occhio, è andata via via perdendosi in un vuoto imbarazzante (5.10-5.15) in cui gli uomini di Rick e i Salvatori si sfiorano insistentemente in uno snervante tira e molla delle parti. Lo spettro di Negan aleggia per tutta la durata del ciclo e, sfortunatamente, diamo un volto a questa entità solo negli ultimi dieci minuti del finale. Troppo tardi, decisamente.
La stagione si chiude con la morte di uno dei protagonisti sotto i colpi di Lucille, la mazza di Negan, ma noi spettatori poveracci dovremo aspettare ottobre per sapere a chi è toccata l’infausta sorte, dato che la scena è stata filmata dal punto di vista in prima persona della vittima.

Lo show comincia a invecchiare, è fisiologico

The Walking Dead si è sempre distinta nell’essere una serie largamente introspettiva, non stupisce più di tanto quindi il focus sul rimorso di Carol, presa da una crisi esistenziale per l’intera seconda parte della stagione. Il suo personaggio ha visto dei picchi di profondità notevoli – indimenticabile in questo senso “Lizzie, guarda i fiori” (4.14) – ma il senso di colpa di aver ucciso per sopravvivere è duro da lavare via. Esclusa Carol, che mi sento quindi di giustificare, il resto della narrazione indugia fin troppo nel procedere avanti, soffermandosi su personaggi secondari di cui non solo ci interessa poco, ma sappiamo anche che dureranno poco. Ad esempio, Denise è stata seccata da una freccia dei Salvatori dopo un episodio quasi interamente incentrato su di lei.
Anche la stessa Deanna, governatrice di Alexandria, gode di uno spazio eccessivo nella prima parte, così come Jessie e i suoi figli, tutti destinati a morire in poco tempo. In tutto questo a soffrirne sono i personaggi principali, che, eccezione fatta per Carol appunto, non si muovono di un millimetro rispetto alla stagione precedente. Inoltre, Morgan si è rivelata una pedina non abbastanza influente, rispetto al suo potenziale.

Il colpo di scena che spiazza c’è sempre, dosato in tempi ben calcolati, così come i cliffangher sempre dietro l’angolo, ma mi chiedo se la tendenza a salvaguardare i personaggi principali non sia diventata patologica. La morte di Glenn è esemplare in questo senso. La necessità di scuotere il pubblico c’era – e infatti la scossa si è sentita bene – ma agli autori in qualche modo è mancata l’audacia di perdere uno dei personaggi più amati. Anche nel finale di questa stagione, onestamente ho seri dubbi che ci giocheremo un Glenn o una Michonne. D’altronde in una serie survival mi pare ovvio aspettarsi qualche testa volare, anche tra quelle cui vogliamo bene. Shonda Rhymes è molto più brava nell’ammazzare personaggi che ami, per dire, e non dovrebbe, viste le serie che manda avanti (Grey’s Anatomy, Scandal). Intendiamoci, abbiamo già perso diversi personaggi principali, ma a partire dalla quarta stagione sembra che sul quintetto dei più amati aleggi una sorta di campo protettivo che li esclude dal farsi male.

Negan fa finalmente la sua comparsa, negli ultimi dieci minuti del finale di stagione.

Negan fa finalmente la sua comparsa, negli ultimi dieci minuti del finale di stagione.

Lo show comincia a invecchiare, è fisiologico. Io comincerei a valutare una chiusura o un’accelerata. Se la lentezza di The Walking Dead ha a tutti gli effetti una ragione d’essere, rimandare i colpi di scena solo a determinati punti della stagione invece, guadagnando tempo negli episodi centrali, è prendere in ostaggio lo spettatore. Il meccanismo seriale vuole sicuramente dei tempi dilatati, ma questo non autorizza a tenere un big bad come Negan – che aspettavamo da almeno due stagioni – nascosto fino al finale. Si poteva fare molto meglio, magari anticipando la comparsa nella premiere della seconda parte.

Come per le scorse stagioni, appare difficile dare un’insufficienza a una serie che sfrutta tutte le opportunità del racconto seriale, spesso in modo paraculo ma efficace. L’intrattenimento continua ad esserci ma è ormai confermata l’intenzione degli autori di tenersi cari gli spettatori di un prodotto ormai diventato mainstream. A questo punto confidiamo in una nuova stagione più concitata, magari seriamente intenzionata a chiudersi in bellezza, senza trascinarsi ulteriormente come un morto che cammina.
Review 0
7 Voto
Consigliato a
Chi apprezza il genere zombie e cerca una serie TV dai ritmi classici.
Sconsigliato a
Chi si aspetta azione in dosi massicce. O chi, semplicemente, non apprezza il genere zombie.
Criterion 1